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Un nuovo studio della Drexel University mette in guardia: molti adolescenti stanno trasformando la conversazione con i chatbot in qualcosa che somiglia a una vera e propria abitudine difficile da interrompere. Con l’espansione degli «AI companion», le conseguenze si spostano dal semplice intrattenimento a problemi concreti per la salute mentale dei ragazzi.
Secondo i ricercatori, oggi oltre il 50% degli adolescenti statunitensi utilizza regolarmente chatbot come parte della propria quotidianità. La ricerca si è basata sull’analisi di più di 300 post pubblicati su Reddit da utenti che si dichiaravano tra i 13 e i 17 anni, offrendo uno spaccato diretto sulle motivazioni d’uso e sulle dinamiche relazionali instaurate con piattaforme come Character.AI, Replika e altri assistenti conversazionali.
I comportamenti osservati
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Nonostante alcuni chatbot siano pensati per assistere nello studio o favorire la creatività, questi casi rappresentano una frazione molto ridotta dell’utilizzo complessivo. La maggior parte degli scambi descritti dagli adolescenti riguarda la ricerca di sostegno emotivo o la compagnia, che spesso evolve in un legame continuativo e problematico.
Nel materiale raccolto emergono pattern ricorrenti: conflitto interno tra il desiderio di usare il servizio e la consapevolezza dell’eccesso, sintomi simili ad astinenza quando l’accesso viene interrotto, ricadute dopo tentativi di riduzione, e una progressiva tolleranza che porta a sessioni sempre più lunghe o frequenti per ottenere lo stesso sollievo emotivo.
Perché la relazione con i chatbot può scatenare dipendenza
Secondo il primo autore dello studio, Matt Namvarpour, l’interattività dei sistemi — capaci di riprodurre toni e reazioni umane — favorisce la creazione di un legame percepito come reale. Non è più solo uno strumento: diventa una fonte di conforto a cui rivolgersi in momenti di vulnerabilità, con effetti paragonabili a quelli osservati in altre forme di dipendenza.
Per molti giovani, interrompere questa relazione non è una semplice abitudine da spezzare: richiede la perdita di un riferimento emotivo. I ricercatori sottolineano che l’allontanamento può somigliare, sul piano affettivo, a una separazione o a un lutto, rendendo così particolarmente complesso il percorso di disintossicazione digitale.
Il dato ha rilevanza pratica oggi, perché l’adozione di questi strumenti cresce rapidamente e supera la capacità delle famiglie e delle scuole di regolamentarne l’uso in modo consapevole.
Proposte e raccomandazioni
Gli autori suggeriscono interventi di progettazione mirati: implementare meccanismi di monitoraggio volontario, introdurre limiti d’uso personalizzabili e reminder per effettuare controlli sul proprio stato emotivo. Fondamentale, dicono i ricercatori, è coinvolgere nella progettazione sia gli utenti adolescenti sia professionisti della salute mentale, per individuare soluzioni praticabili e rispettose della privacy.
Afsaneh Razi, docente coinvolta nello studio, invita chi sviluppa queste piattaforme a pensare non solo all’engagement, ma anche a strumenti che promuovano la capacità dei giovani di costruire e mantenere relazioni offline e di cercare aiuto in modo sano quando necessario.
Il messaggio finale è chiaro: con la diffusione degli AI companion non servono solo avvertenze teoriche, ma interventi concreti per ridurre i rischi. Genitori, educatori e aziende tecnologiche dovranno collaborare per individuare limiti, segnali di allarme e percorsi di supporto prima che abitudini apparentemente innocue diventino difficili da gestire.












