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Una raffica di volti artificiali sta invadendo i social a pochi mesi dalle elezioni di midterm negli Stati Uniti, ripetendo messaggi politici con tono familiare e frequenza ossessiva. L’allarme è scattato dopo un’inchiesta del New York Times: dietro molti di questi account non ci sono persone, ma avatar generati dall’intelligenza artificiale, con ricadute concrete sul dibattito pubblico.
Secondo il quotidiano, supportato da analisi di ricercatori della Purdue University, sono stati identificati circa 304 profili social che hanno diffuso slogan pro-MAGA in massa. I video — spesso simili tra loro e realizzati in serie — si susseguono su Instagram, TikTok, Facebook e YouTube, sfruttando la quantità più che la qualità per ottenere visibilità.
Numeri e modalità: la forza della quantità
Molti di questi account non dichiarano l’uso dell’IA. Al contrario, riproducono scene riconoscibili: volti sorridenti che parlano direttamente alla camera, variazioni superficiali di età, genere e colore della pelle, ma messaggi sostanzialmente identici. Il risultato è una produzione industriale di contenuti politici a basso costo — alcuni video sono stati prodotti a pochi dollari l’uno — progettata per saturare i feed degli utenti.
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Il fenomeno sfrutta una fragilità sociale: nella maggior parte dei casi gli spettatori non sospettano di trovarsi di fronte a immagini sintetiche e interagiscono con i contenuti come se fossero genuini, rafforzando narrazioni e mobilitando consensi virtuali.
Esempi concreti e reazioni delle piattaforme
Un caso citato dall’inchiesta è il profilo di una “influencer” virtuale che ha raccolto oltre 50.000 follower e ha pubblicato quasi 400 clip in tre mesi, cambiando progressivamente aspetto e parlata perché i modelli di IA evolvono con il training e il montaggio. Nonostante le evidenze di artificiosità, i commenti restano per lo più di approvazione e condivisione.
Dopo la pubblicazione dell’indagine, alcune pagine sono state rimosse o hanno iniziato a sparire: le piattaforme dichiarano di intervenire quando viene accertata la violazione delle policy. TikTok, in particolare, ha confermato la cancellazione di profili segnalati, ma più account analoghi risultano ancora attivi.
Un altro episodio che dimostra l’efficacia della tecnica: uno di questi avatar — noto per il nickname @perezfernandaus — è rimasto molto visibile e, in gennaio, un video pubblicato dall’account è stato rilanciato dall’allora presidente su Truth, amplificando ulteriormente la diffusione.
Disinformazione, polarizzazione e responsabilità
Non tutti i contenuti sono innocui slogan: alcuni avatar diffondono affermazioni false o manipolate, attaccano avversari politici o banalizzano conflitti internazionali. Questo solleva interrogativi su chi stia orchestrando le campagne e con quali finalità, ma anche su come regolamentare e contrastare strumenti che rendono difficile distinguere vero e falso.
Il problema non è solo tecnico. L’uso massiccio di personaggi sintetici per scopi politici mette in discussione la trasparenza del dibattito elettorale e la capacità degli utenti di formarsi un’opinione informata. La rimozione di singoli account può attenuare l’impatto momentaneo, ma non risolve la diffusione di tecnologie che permettono la produzione su larga scala.
Già in passato sono emersi casi simili: un profilo che rappresentava una soldatessa americana, con oltre un milione di follower, è stato smascherato e chiuso dopo l’indagine del Washington Post. Episodi di questo tipo mostrano quanto sia facile per contenuti artificiali conquistare credibilità su larga scala prima di essere individuati.
Cosa cambia per gli utenti e per le elezioni
Con l’avvicinarsi dei midterm, il rischio è che campagne sofisticate o semplicemente ripetitive di propaganda sintetica condizionino l’agenda pubblica e amplifichino veleni già presenti nel discorso politico. Per gli utenti la lezione è chiara: maggiore cautela nel dare per scontato l’autenticità dei profili e dei video che circolano sui feed.
Dal punto di vista delle policy, la sfida è duplice: sviluppare strumenti più precisi per rilevare avatar e deepfake e aggiornare regole sulla trasparenza delle comunicazioni politiche generata dall’IA. Legislatori, piattaforme e società civile sono chiamati a un confronto rapido per evitare che la produzione industriale di contenuti sintetici diventi una leva strutturale nelle campagne elettorali.
In assenza di normative stringenti e di standard di disclosure, l’equilibrio tra libertà di espressione, innovazione tecnologica e tutela della verità pubblica resterà a rischio. Per ora, il dato più preoccupante rimane la facilità con cui centinaia di volti inesistenti possono sembrare — e agire come — partecipanti reali al dibattito democratico.












