Chatbot AI espongono numeri di telefono degli utenti: rischio privacy immediato

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Negli ultimi mesi sono aumentate le segnalazioni di persone i cui contatti personali sono stati restituiti da assistenti virtuali, con conseguenti chiamate indesiderate e altri disagi. Il fenomeno solleva interrogativi pratici e legali: come finiscono numeri di telefono, email o indirizzi nei modelli di intelligenza artificiale e chi è responsabile della loro rimozione?

Richieste di cancellazione in forte aumento

Secondo DeleteMe, società specializzata nell’eliminazione di dati personali online, le richieste per rimuovere le proprie informazioni dai chatbot sono cresciute del 400%. Rob Shavell, amministratore delegato dell’azienda, ha spiegato al MIT Technology Review che la maggior parte delle persone colpite cita ChatGPT, mentre circa un quinto indica Gemini e il 15% menziona Claude.

Le storie raccolte dai media descrivono casi concreti: utenti che ricevono chiamate per incarichi professionali o messaggi riferiti a servizi che non hanno mai offerto, perché il loro recapito è stato associato – talvolta in modo errato – a profili pubblici o aziendali ricostruiti dall’AI.

Esperimenti pratici

Test indipendenti confermano che i risultati dei chatbot non sono omogenei. Un’inchiesta di Gizmodo ha provato diversi sistemi: alcuni hanno rifiutato di fornire dati sensibili, altri hanno restituito informazioni parzialmente censurate o dati obsoleti; in un caso ChatGPT ha riportato un numero che, seppure appartenuto al giornalista, non era più attivo. Anche prove fatte da redazioni locali hanno rilevato comportamenti differenti: talvolta il modello si astiene, altre volte presenta anteprime di contatti attingendo da piattaforme di intelligence commerciale.

Questi test mostrano due problemi distinti: la variabilità delle risposte a seconda del modello e la difficoltà di verificare la provenienza e l’accuratezza dei dati mostrati.

Perché sta succedendo adesso

Più che un difetto isolato, l’aumento dei casi sembra collegato alla crescente domanda di dati per addestrare i modelli: le fonti pubbliche accessibili si stanno assottigliando e molte aziende cercano alternative per mantenere aggiornati i loro sistemi. In questo contesto entrano in gioco i data broker, operatori che raccolgono e rivendono informazioni personali.

Un registro californiano sulla privacy indica che, tra le organizzazioni monitorate, 31 su 577 hanno dichiarato di aver condiviso o venduto dati dei clienti a sviluppatori di intelligenza artificiale generativa. Tra i dati segnalati compaiono anche categorie sensibili, come informazioni su minori, identità di genere e dati biometrici.

Conseguenze pratiche

I rischi per gli interessati vanno oltre il fastidio: esposizione dei contatti personali può facilitare truffe, violazioni della privacy e intercettazioni indesiderate; nei casi peggiori, informazioni errate combinate con dati aziendali possono creare confusione o danni reputazionali.

Dal punto di vista normativo, la condivisione di grandi volumi di dati personali per scopi di addestramento solleva già questioni di conformità alle leggi sulla protezione dei dati, e il fenomeno è sotto osservazione da autorità e giornalisti d’inchiesta.

Cosa possono fare gli utenti

Per chi teme che i propri contatti siano stati incorporati in un modello di AI, alcune azioni concrete sono consigliabili: verificare la presenza dei propri dati su motori di ricerca e database pubblici, esercitare i diritti di accesso e cancellazione previsti dalle norme privacy locali, e inoltrare richieste di rimozione ai data broker quando possibile. Anche segnalare il problema alla piattaforma che fornisce il chatbot può accelerare il processo di controllo.

Infine, fino a quando non ci saranno regole più chiare e strumenti tecnici efficaci per tracciare la provenienza dei dati negli addestramenti, è prudente limitare la condivisione di informazioni personali in contesti pubblici e professionali.

Il tema resta in evoluzione: monitoreremo gli sviluppi nelle prossime settimane, mentre regolatori e aziende di settore sono sempre più chiamati a definire standard trasparenti per la gestione dei dati destinati all’intelligenza artificiale.

Categorie IA

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