Mostra sommario Nascondi sommario
- Un incipit inquietante e la scena che apre la storia
- Il fienile come set vivente e luogo simbolico
- Fotografia: tra classicismo e tensione horror
- Due attrici, un duello: Hathaway e Coel
- La colonna sonora: pop autentico e collaborazioni d’impatto
- I costumi: abiti che raccontano vite
- Elementi horror e riferimenti cinematografici
- Protagonismo femminile e retorica queer nel cuore del film
- Visione autoriale: dove Lowery spinge se stesso
- Immagini e metafore: un cocktail come chiave di lettura
- Un finale tra ritorno e trasformazione
Al Festival di Cannes ha fatto parlare di sé un film che mescola pop, paura e sentimento in modo insolito. Mother Mary, firmato da David Lowery e prodotto da A24, mette sullo stesso palco due interpreti potenti: Anne Hathaway e Michaela Coel. Tra un antico fienile gotico e una colonna sonora pop d’autore, il film indaga la fama, la memoria e la trasmutazione del dolore in arte. In Italia esce il 14 maggio, distribuito da I Wonder Pictures con Wise Pictures.
Un incipit inquietante e la scena che apre la storia
La vicenda ha il sapore di un ritorno improvviso. Una popstar al limite del crollo bussa alla porta della stilista che fu la sua migliore amica. Quel gesto semplice scatena una tensione che è al tempo stesso intima e spettacolare. Lowery costruisce l’incontro come una chiamata notturna: segreta, inevitabile, carica di vecchi conti in sospeso.
Saldi Epic Games Store: offerte shock fino al 90% su centinaia di giochi
iPhone trappola anti ladro iOS 17: attivala ora
Il fienile come set vivente e luogo simbolico
Il film è ambientato in un fienile ristrutturato, con origini medievali. Non è solo una scenografia: diventa spazio emotivo. Le finestre strette lasciano entrare una luce fredda che plasma volti e tessuti. Le travi, le ombre e i corridoi del legno servono a creare una topografia del ricordo.
Caratteristiche architettoniche che contano
- Struttura trecentesca riadattata a atelier.
- Finestre che diffondono una luce rarefatta.
- Spazi che oscillano tra casa e santuario, tra scena e casa degli spettri.
Fotografia: tra classicismo e tensione horror
Andrew Droz Palermo firma una fotografia calibrata. Toni freddi diurni convivono con lampade ambrate. Quando cala la notte, le cose si dissolvono in ombra e il confine tra reale e visione si sfuma. Il risultato è un’estetica che richiama il cinema classico ma conserva il brivido del cinema anni Settanta.
Il fienile respira: non è mai mero sfondo, ma un organismo che amplifica le emozioni dei personaggi.
Due attrici, un duello: Hathaway e Coel
Il film regge su un confronto tutto femminile. Anne Hathaway e Michaela Coel offrono due facce della stessa ossessione. Una ricerca il palcoscenico e la redenzione pubblica, l’altra custodisce il tradimento e la memoria. Le scene senza musica, in cui il corpo prende il sopravvento, sono tra le più potenti del film.
Note sulle performance
- Hathaway: interpretazione austera, segnali di fragilità sotto una corazza.
- Coel: presenza tagliente, dialoghi pungenti e silenzi carichi.
La colonna sonora: pop autentico e collaborazioni d’impatto
Per rendere credibile la star pop del racconto, Lowery ha scelto autori reali del panorama contemporaneo. Le canzoni non suonano come semplici strumenti di scena. Potrebbero vivere anche al di fuori del film.
- Charli XCX
- FKA Twigs
- Jack Antonoff
Brani elettropop e ballate da arena alternano lucentezza e malinconia. FKA Twigs compare anche in una scena centrale come figura medianica.
I costumi: abiti che raccontano vite
Nel racconto un abito può cambiare una esistenza. I vestiti segnano tappe emotive: pezzi punk, camicie strappate, armature simboliche. Bina Daigeler costruisce un guardaroba che parla di passato e cicatrici.
L’abito finale, creato da Iris van Herpen, è concepito come un oggetto di trascendenza. È al tempo stesso corazza e resa, elemento rituale che incarna il momento culminante del personaggio.
Elementi horror e riferimenti cinematografici
Col procedere della storia, il tono muta: dal dramma di camera si passa a sequenze di tensione sovrannaturale. Un drappo rosso, movimenti che sfidano la fisica e sedute spiritiche introducono l’horror.
Lowery cita immagini del cinema popolare per evocare empatia anche verso figure apparentemente senz’anima. La riflessione sulle forme che l’oggetto assume prima di dissolversi dà alla sequenza una carica dolorosa e struggente.
Protagonismo femminile e retorica queer nel cuore del film
La pellicola è dominata dalle voci femminili. Gli uomini restano spesso sullo sfondo, mentre la narrazione si concentra sulle relazioni tra donne. L’intimità tra i due personaggi principali è raccontata senza etichette esplicite ma con grande chiarezza emotiva.
L’amore che consuma è il vero motore: non tanto perché finisca, ma perché è troppo intenso per essere contenuto.
Visione autoriale: dove Lowery spinge se stesso
David Lowery alterna opere intime e progetti più leggeri per grandi studi. Qui mette insieme le sue contraddizioni artistiche e le rende tema. Prendere il dolore e trasformarlo in arte è il filo che attraversa tutto il film.
La parola chiave diventa una pratica: trasformare la sofferenza in forma, lavoro, scena. Qui la sartoria, la regia e il canto coincidono nello stesso gesto creativo.
Immagini e metafore: un cocktail come chiave di lettura
Un paragone ricorre come immagine guida: un cocktail classico che mescola toni erbacei, dolcezza artificiale, acidità e una nota amara. Questo mix sintetizza la natura ambigua del film: elegante e pericoloso, familiare e traditore.
- Ingredienti simbolici che rimandano ai caratteri delle protagoniste.
- La bevanda non si consuma completamente: si evoca.
Un finale tra ritorno e trasformazione
La storia non si limita alla presenza dei fantasmi. Nel finale affiora la possibilità di una rinascita. Non un ritorno identico al passato, ma una mutazione necessaria. Le porte che si chiudevano vengono riaperte e la figura centrale trova una nuova forma di esistenza.
Non è un film per chi cerca rassicurazioni. È invece un’opera che rimane dentro e continua a lavorare dopo l’uscita dalla sala.











