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Anthropic ha deciso di ampliare l’accesso al suo modello di intelligenza artificiale: dopo un avvio riservato soprattutto a organizzazioni anglosassoni, ora il gruppo apre a centinaia di nuovi partner. La mossa arriva in un momento di crescente allarme, mentre ricerche accademiche e incidenti reali mostrano come l’AI possa favorire sia la difesa sia nuovi vettori di attacco.
In un aggiornamento pubblicato sul blog aziendale, Anthropic ha annunciato l’intenzione di estendere il programma di collaborazioni noto come Project Glasswing a circa 150 organizzazioni aggiuntive, sottoposte però a verifiche di sicurezza prima di ottenere l’accesso. Fino ad ora l’accesso era rimasto concentrato in mano a società statunitensi e britanniche; la novità segna una prima apertura verso realtà di altri Paesi.
Secondo ricostruzioni del Financial Times, tra i nuovi Paesi coinvolti figura per la prima volta anche l’Italia. Le organizzazioni selezionate dovrebbero operare in settori diversi — dalla gestione dell’energia alla sanità, dalle telecomunicazioni all’hardware — e comprendere sia attori privati (tra cui nomi tecnologici come Samsung, secondo fonti) sia istituzioni pubbliche e enti di sicurezza come la NATO, la borsa di New York, l’agenzia europea per la cybersicurezza ENISA e l’AI Security Institute britannico.
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Perché questa notizia conta oggi: un maggiore accesso ai modelli di AI può rafforzare le capacità difensive delle organizzazioni ma aumenta anche la necessità di controlli rigorosi e di regolamentazione. L’apertura di Anthropic promette collaborazione internazionale, ma riaccende il dibattito su chi debba detenere strumenti così potenti e con quali garanzie.
Un prototipo che sfida le ipotesi sui modelli “minori”
Parallelamente, un gruppo di ricercatori dell’Università di Toronto ha pubblicato i risultati di un esperimento che mette in luce rischi diversi ma altrettanto concreti. Guidato dal professore Nicolas Papernot, il team ha sviluppato un prototipo di malware auto-replicante — un vero e proprio worm — che sfrutta modelli di AI di tipo open source e “open weight” per adattare la strategia d’attacco a ogni singolo dispositivo infettato.
Si tratta di una forma di minaccia che, seppure nel test sia risultata più lenta nella diffusione rispetto a malware tradizionali, complica molto le contromisure: invece di una falla unica e una patch generale, un codice adattivo può richiedere risposte differenziate per ogni sistema target. Nel prototipo i ricercatori hanno provato a infettare ambienti con Windows, Linux e dispositivi IoT, ma l’esperimento è avvenuto in una rete isolata per evitare rischi reali.
I dettagli tecnici completi non sono stati resi pubblici sulla release depositata su ArXiv: gli autori spiegano di aver condiviso informazioni sufficienti a verificare la plausibilità della minaccia senza però fornire elementi che possano facilitarne un uso malevolo. Hanno inoltre offerto procedure controllate per consentire ad altri ricercatori, in ambito difensivo, di accedere al materiale.
Il messaggio implicito è chiaro: non bisogna sottovalutare i modelli più piccoli e liberamente distribuibili. Pur non avendo la potenza dei grandi sistemi commerciali, questi modelli possono essere combinati e orchestrati per creare strumenti pericolosi, un punto che rimette in discussione l’attuale attenzione pubblica concentrata quasi esclusivamente sui “big model”.
Quando l’AI aiuta i criminali: la falla su Meta AI
La dimensione pratica del rischio è emersa anche in attacchi osservati nelle scorse settimane. Alcuni gruppi di esperti di cybersicurezza hanno mostrato come una funzionalità lanciata da Meta a marzo, che permetteva il reset della password tramite chatbot, fosse sfruttabile per ottenere il controllo di account altrui: il sistema non verificava adeguatamente l’identità del richiedente e consentiva l’invio del codice di sicurezza a indirizzi controllati dagli aggressori.
Secondo la testata tecnologica 404media, questa falla ha permesso l’accesso a profili di rilievo, compresi account di personaggi pubblici e di aziende. Meta avrebbe poi corretto la vulnerabilità dopo le segnalazioni arrivate da utenti su piattaforme come Telegram, ma l’episodio rimane un monito su quanto anche piccoli errori di design possano tradursi in rischi concreti quando combinati con strumenti di automazione basati su AI.
Questi casi mostrano una doppia verità: l’intelligenza artificiale può potenziare la sicurezza informatica, ma offre anche nuove possibilità agli avversari. La gestione di questa ambivalenza richiede regole chiare, audit indipendenti e la collaborazione fra aziende, università e istituzioni pubbliche.
In prospettiva, la sfida principale sarà trovare un equilibrio tra apertura e controllo: mettere a disposizione delle comunità di difesa risorse e competenze, senza fornire agli attori malevoli strumenti troppo semplici da riutilizzare. I prossimi mesi saranno decisive per capire come governi e industria risponderanno a queste responsabilità.












