Una svolta nelle restrizioni Usa sui nuovi modelli di intelligenza artificiale: dopo il blocco del 12 giugno, Anthropic ha incassato una riapertura parziale sotto il controllo federale. La decisione riapre il dibattito su sicurezza nazionale, accesso pubblico e possibili ricadute politiche.
L’azienda di Dario e Daniela Amodei ha ottenuto il via libera a distribuire il modello Mythos 5 a un gruppo molto ristretto di società statunitensi operanti nella cybersicurezza. L’intesa è condizionata a verifiche coordinate con il governo e, secondo Anthropic, le trattative proseguiranno per estendere l’accesso e riportare in circolazione anche Fable 5.
Il segretario al Commercio, Howard Lutnick, ha descritto l’accordo come il frutto di un lavoro congiunto per affrontare i rischi, mentre il portavoce del dipartimento Benno Kass ha sottolineato l’obiettivo di tutelare la leadership americana nel settore senza compromettere la sicurezza nazionale.
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Le relazioni tra Anthropic e la Casa Bianca erano già tese: in passato l’azienda si era opposta all’utilizzo delle proprie tecnologie per sorveglianza di massa e armi autonome, provocando la cancellazione di contratti con il Pentagono. Ora, però, il dialogo è ripartito dopo settimane di negoziati che, secondo fonti, si sono sbloccati soltanto con l’ingresso al tavolo di Tom Brown, cofondatore capace di mediare dove altri avevano fallito.
In parallelo OpenAI ha lanciato il nuovo modello GPT‑5.6 ma lo ha reso inizialmente disponibile soltanto a partner selezionati dall’amministrazione, con ogni caso sottoposto a valutazione governativa. Il ceo Sam Altman ha ammesso pubblicamente che l’attuale procedura «non è l’ideale», pur riconoscendo la complessità della situazione affrontata dall’esecutivo.
Tra sicurezza e politica: quale vera ragione?
L’intervento federale solleva interrogativi immediati: siamo davanti a misure dettate esclusivamente da motivi di sicurezza nazionale oppure la scelta nasconde anche ragioni di indirizzo politico? L’amministrazione ha firmato all’inizio di giugno un ordine esecutivo che prevede una revisione federale volontaria dei rischi per la sicurezza, ma resta il sospetto che il controllo possa estendersi oltre i soli aspetti tecnici.
Le preoccupazioni di cybersicurezza sono concrete. In un momento di crescenti tensioni digitali, è circolata la segnalazione — riportata anche da dirigenti del settore — secondo cui versioni di chatbot specializzati avrebbero ricevuto accessi non autorizzati da attori esterni, con possibile uso improprio delle capacità offensive.
Il clima politico incide anche sui rapporti tra governo e Big Tech. L’ordine esecutivo del 2 giugno chiedeva alle grandi aziende di sottoporre volontariamente i nuovi modelli a controlli interni e governativi prima del rilascio pubblico. Mentre OpenAI, Google e Anthropic hanno collaborato, secondo il New York Times Meta avrebbe mostrato resistenza alle richieste formali dell’amministrazione.
Per molti osservatori la questione non è solo tecnica: l’anno scorso l’amministrazione aveva già firmato un provvedimento orientato a evitare che l’intelligenza artificiale federale assumesse orientamenti ritenuti «woke». Ne sono derivati criteri che il governo impone ai sistemi usati dalla pubblica amministrazione, come la ricerca di informazioni fattuali e la cosiddetta neutralità ideologica.
Ma la neutralità è un obiettivo difficile da raggiungere in pratica.
Un’inchiesta del Washington Post — che ha ripreso e ampliato studi accademici sul tema — mostra come i principali chatbot manifestino orientamenti politici non neutri, spesso inclinandosi verso posizioni progressiste. Secondo i test riportati, ChatGPT tende maggiormente a risposte che favoriscono argomentazioni di sinistra; Gemini propone più spesso prospettive contrapposte; Claude appare generalmente equilibrato ma con spostamenti verso il progressismo; e persino Grok, il sistema voluto da Elon Musk come contraltare anti‑woke, risultava in molti casi più vicino a posizioni progressiste che a quelle conservatrici.
Dietro questi risultati non c’è un mistero: la composizione dei dati di addestramento e le scelte di fine‑tuning compiute dagli ingegneri determinano in modo rilevante l’impronta culturale e politica delle risposte. Se si selezionano certe fonti o si premiano determinati giudizi umani, il modello impara e riverbera quegli orientamenti.
Questo significa che, pur sotto la lente del governo, i chatbot potrebbero continuare a esprimere inclinazioni non allineate con le preferenze dichiarate dai vertici aziendali o dai leader politici che ne chiedono il controllo.
Per ora, tuttavia, la priorità condivisa resta la sicurezza: limitare accessi non autorizzati, valutare rischi di uso militare o cyber offensivo e testare l’affidabilità delle risposte prima del rilascio al pubblico. È su questi punti che si concentra il maggiore consenso, almeno nell’immediato.
Le prossime settimane saranno decisive: dalle negoziazioni dipenderà se Anthropic e gli altri attori riusciranno a ripristinare l’accesso generalizzato ai loro modelli senza rinunciare a garanzie richieste dall’amministrazione. E sullo sfondo resta aperta la riflessione più ampia: come bilanciare innovazione, sicurezza e pluralismo informativo in un settore che influenza opinioni e decisioni pubbliche.












