Deep fake: Blanchett propone all’Ue un registro per proteggere gli utenti

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Cate Blanchett ha portato al Parlamento Europeo un tentativo concreto per ridare agli individui il controllo sulla propria immagine nell’era dell’intelligenza artificiale: lo Human Consent Registry, una piattaforma pensata per dichiarare se e come i sistemi di AI possano usare tratti personali come volto, voce o movenze. La questione è urgente: con tecnologie di sintesi sempre più persuasive, la scelta sulle modalità d’impiego dell’identità personale rischia di diventare il nuovo terreno di scontro tra creativi, piattaforme e legislatori.

Il progetto, nato in maggio 2026 e reso pubblico il 23 giugno durante un evento promosso dall’eurodeputata Eva Maydell, vuole trasformare la preferenza individuale in un segnale leggibile automaticamente dai software. Ma tra intenzioni e applicazione pratica restano diversi nodi da sciogliere.

Cos’è e come funziona, in sintesi

Lo strumento si presenta come un registro online gratuito dove ogni persona può inserire una “dichiarazione” sul permesso d’uso della propria identità da parte di intelligenze artificiali. Il principio operativo è semplice e visivo: un sistema a tre stati — verde, giallo e rosso — indica rispettivamente il via libera, l’uso condizionato o il divieto.

All’interno della platea di attributi tutelati rientrano nome, immagine, somiglianza, voce, movenze e altri elementi riconoscibili; in prospettiva il registro dovrebbe estendersi anche a opere d’ingegno, personaggi e marchi.

La tecnologia dietro il progetto

La bozza tecnica, definita RSL Media Human Consent Standard 1.0, impiega metadati strutturati espressi in XML e JSON-LD per creare identificatori permanenti, dichiarazioni sulle condizioni d’uso e informazioni sui titolari dei diritti. L’obiettivo è rendere queste indicazioni leggibili e processabili dai crawler e dai modelli di AI.

Due sono gli usi principali previsti: la gestione dell’addestramento dei modelli e il controllo sulle fasi di generazione, riproduzione e imitazione dei contenuti. Sulla carta, quindi, lo standard prova a incidere sia su come i dataset vengono costruiti sia su come i sistemi restituiscono output che richiamano persone reali.

Chi c’è dietro e quali sostenitori

L’iniziativa è collegata a RSL Media, la non profit cofondata da Blanchett, e si inserisce nell’ambito più ampio dello standard Really Simple Licensing, nato nel 2025 per chiarire le regole d’uso dei materiali online da parte dell’AI. Al tavolo tecnico siedono rappresentanti di realtà come Automattic, Yahoo! e Condé Nast, mentre l’adesione pubblica include nomi noti del cinema e della cultura.

Il progetto è pensato per essere accessibile anche a chi non dispone di agenti o consulenti legali: la registrazione può essere effettuata in prima persona o tramite un rappresentante autorizzato (manager, sindacato, avvocato, società di licensing).

Non è un’iniziativa isolata: negli ultimi anni diversi artisti hanno usato strumenti legali alternativi per proteggere voce e immagine — da registrazioni di marchi a altre misure civili — segnalando la crescente attenzione del mondo dello spettacolo al tema dei deepfake.

La registrazione è immediata, ma non ancora sicura

Abbiamo provato la procedura: l’iscrizione richiede un indirizzo email e la conferma tramite codice, ma al momento non è prevista una verifica documentale o biometrica che assicuri l’identità del dichiarante. Questo lascia spazio a potenziali tentativi di registrazione in nome di terzi, un rischio che il progetto dovrà risolvere prima di poter essere considerato affidabile.

Le dichiarazioni sono però pensate come dinamiche: possono essere aggiornate, revocate o scadere. La bozza prevede che i sistemi conformi effettuino controlli periodici sulla validità della scelta — un’intervallo suggerito è di circa 30 giorni — e che, in caso di conflitti (per esempio tra titolare e rappresentante), il processo venga sospeso anziché proseguire a favore dell’uso.

Gli ostacoli rimangono importanti

Da un punto di vista pratico e normativo, il registro è operativo ma lo standard tecnico rimane una bozza. Mancano ancora: un’autorità che emetta identificatori internazionali, protocolli di licenza completi, procedure per i pagamenti e meccanismi operativi per la risoluzione delle controversie.

Il vero punto critico, però, non è solo tecnico: dipende dalla disponibilità delle aziende che sviluppano e distribuiscono modelli di AI a consultare e rispettare queste dichiarazioni. Al momento non esiste un obbligo giuridico generale che imponga l’adozione dello standard, dunque nulla garantisce che piattaforme e provider lo integrino nei loro workflow.

Questo significa che i rischi legati ai deepfake e all’uso non autorizzato di immagini e voci restano concreti, soprattutto quando modelli e servizi sono ospitati o sfruttati in giurisdizioni con regole meno stringenti.

Cosa cambia per le persone comuni

Se adottato e integrato correttamente, lo Human Consent Registry potrebbe dare a chiunque — non solo alle celebrità — uno strumento pratico per dichiarare preferenze e limiti nell’uso dell’identità digitale. Per gli utenti significa poter tentare di trasformare una scelta personale in un segnale tecnico riconoscibile e, idealmente, rispettato.

La scommessa resta però sulla compliance: senza l’adesione volontaria (o normativa) delle grandi piattaforme e dei fornitori di modelli, il registro rischia di restare uno strumento di valore simbolico più che operativo.

In conclusione: l’iniziativa lanciata da Blanchett segna un passo concreto verso la regolazione dell’uso dell’identità da parte dell’AI, ma per essere efficace dovrà superare ostacoli tecnologici, procedurali e politici. Per chiunque tenga alla propria immagine — professionisti dello spettacolo o cittadini comuni — resta un dossier da seguire da vicino nei prossimi mesi.

Categorie IA

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