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Tencent ha siglato un accordo pluriennale con Oracle per ottenere l’accesso a decine di migliaia di processori dedicati all’intelligenza artificiale: un’intesa che rilancia il nodo sensibile dei chip ad alte prestazioni nel confronto tecnologico tra Stati Uniti e Cina. La posta in gioco è immediata: capacità di calcolo per addestrare modelli avanzati, pressione politica a Washington e nuove tensioni sulle regole di accesso via cloud.
Cosa prevede l’accordo
Secondo fonti di stampa finanziaria, l’intesa copre circa 100.000 acceleratori prodotti da Nvidia, distribuiti nei data center di Oracle nel Sud‑Est asiatico, e si estende per cinque anni con un valore complessivo intorno ai 7 miliardi di dollari (circa 6,2 miliardi di euro). Tencent avrebbe versato in anticipo circa il 30% della somma, oltre 2 miliardi di dollari.
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I chip rimarranno fisicamente negli impianti di Oracle: la società cinese userà la potenza di calcolo in remoto per addestrare i propri modelli, in particolare la famiglia Hunyuan, e per sviluppare nuovi servizi, compresi quelli legati a WeChat.
Le risposte negli Stati Uniti
L’accordo ha acceso critiche politiche a Washington. Membri del Partito Repubblicano nella Commissione Esteri della Camera hanno chiesto restrizioni più stringenti, sostenendo che l’accesso ai chip più potenti non dovrebbe favorire entità ritenute legate all’apparato militare cinese.
La discussione ha richiamato il Remote Access Security Act, già approvato in prima istanza dalla Camera, che mira a estendere i controlli sull’esportazione anche a soluzioni cloud e accessi remoti. Nel frattempo il Pentagono, in documenti recenti, ha inserito Tencent in un elenco di aziende considerate con legami indiretti all’Esercito popolare di liberazione.
Niuna delle due società coinvolte — né Tencent né Oracle — ha rilasciato commenti ufficiali sulle cifre divulgate.
Perché questo cambia il panorama
Per le grandi aziende tecnologiche cinesi l’affitto di capacità calcolo all’estero è diventato un canale centrale per aggirare le restrizioni che impediscono l’acquisto diretto dei processori più recenti, come i modelli top di Nvidia. Aziende come ByteDance e Alibaba già sfruttano risorse analoghe in regioni vicine, e Tencent sta accelerando gli investimenti infrastrutturali: nel secondo trimestre il suo capitale investito è aumentato del 176% su base annua, raggiungendo circa 53 miliardi di yuan.

Parallelamente, la Cina ha puntato su alternative locali — ad esempio i chip sviluppati da Huawei — che hanno recuperato terreno velocemente ma, secondo molti analisti, restano indietro sui piani di efficienza e software rispetto ai migliori prodotti statunitensi.
Il contesto diplomatico
L’intesa arriva pochi giorni dopo la visita ufficiale del presidente Xi Jinping a Washington e l’incontro con il presidente statunitense del 24 settembre, un appuntamento che ha rimesso al centro il dossier semiconduttori nelle relazioni bilaterali.
Resta da vedere se l’accordo porterà a contromisure normative o a un inasprimento delle regole sul cloud. Per ora, la vicenda illustra come la competizione tecnologica tra le due superpotenze passi sempre più attraverso infrastrutture distribuite e contratti commerciali che sollevano questioni di sicurezza nazionale.
Gli sviluppi futuri saranno cruciali per chi segue l’evoluzione dell’IA: riguardano non solo le capacità dei singoli gruppi hi‑tech, ma anche la definizione delle regole che governeranno l’accesso globale alle risorse computazionali più avanzate.











