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Il 19 novembre 2025 la Commissione europea ha varato un nuovo pacchetto digitale centrato su due proposte — il Digital Omnibus e il Digital Omnibus on AI — che promettono meno burocrazia e più spazio all’innovazione. Quello che conta oggi è capire se la semplificazione sarà davvero un aiuto per le imprese e i cittadini o se, al contrario, finirà per indebolire tutele e autonomia strategica dell’Europa nel digitale.
Bruxelles sostiene che la riorganizzazione delle regole su intelligenza artificiale, sicurezza informatica e gestione dei dati potrebbe ridurre i costi burocratici delle imprese fino a 5 miliardi di euro all’anno entro il 2029. A questo si aggiungerebbe il potenziale economico di un nuovo portafoglio digitale europeo per le imprese, pensato come un’identità digitale unica per semplificare pratiche e rapporti con le amministrazioni.
Cosa contiene il pacchetto
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In termini pratici, il pacchetto tocca la struttura normativa che ha preso forma negli ultimi anni: dal GDPR al Data Act, fino all’AI Act. L’intento è avviare una revisione complessiva del cosiddetto “rulebook digitale”: eliminare sovrapposizioni, creare procedure semplificate come un single entry point per notifiche e autorizzazioni, e introdurre una specie di digital fitness check per aggiornare norme ormai stratificate.
In un settore dove l’innovazione avanza a ritmo vertiginoso, alleggerire oneri ripetuti è una richiesta sensata: meno adempimenti inutili significano più risorse per ricerca, sviluppo e per chi prova a entrare sul mercato, come startup e Pmi.
I punti critici
Ma la revisione non riguarda solo snellimenti tecnici. Alcune proposte sono controverse: si parla di posticipare o ammorbidire regole per i sistemi di IA considerati «ad alto rischio», e di ampliare le possibilità di usare dati personali per l’addestramento dei modelli, grazie a basi giuridiche più flessibili che riducono ciò che viene definito «personale».
Organizzazioni per i diritti digitali hanno già espresso preoccupazione: per loro, alcune misure equivalgono a una riduzione delle protezioni costruite negli ultimi due decenni. Se semplificare significa prevalentemente alleggerire gli obblighi per le piattaforme già dominanti, allora il risultato rischia di accentuare squilibri di mercato anziché correggerli.
Un dato rilevante: le regole europee sono state create a strati, in risposta a scandali, crisi e nuove tecnologie. L’approccio ha prodotto un corpus normativo robusto ma complesso, difficilmente navigabile da imprese che operano su più Stati membri.
Ridurre la complessità per facilitare l’ingresso di nuovi concorrenti è una priorità diversa dal semplificare per agevolare chi già detiene posizioni di mercato consolidate.
Due modelli a confronto
Il modello statunitense, imperniato su responsabilità limitata per i contenuti degli utenti e massima libertà nel trattamento dei dati, ha favorito la crescita rapida dei grandi gruppi tecnologici. Una strategia che ha dato frutti in termini di espansione del mercato ma ha anche imposto costi significativi a settori come media, editoria e telecomunicazioni, oltre a sollevare criticità su privacy, copyright e tutela dei minori.
Dall’altra parte, il modello cinese punta su controllo e sorveglianza, con un forte ruolo dello Stato nella regolazione e nella gestione delle piattaforme.
La scelta dell’Europa non deve essere tra cedere al permissivismo americano o imitare il tecnocontrollo cinese. La forza europea risiede nella combinazione di mercato e diritti: regole che riconoscono le piattaforme come infrastrutture sociali critiche, impongono responsabilità e protezioni e, al tempo stesso, favoriscono innovazione e concorrenza.
È questo equilibrio — tra tutela dei diritti fondamentali e crescita tecnologica — che può garantire all’Unione una reale autonomia strategica, riducendo la dipendenza da piattaforme estere e preservando il digitale come spazio pubblico dove si formano opinioni e relazioni sociali.
Al di là delle intenzioni, il rischio politico e strategico è chiaro: cambiare il paradigma regolatorio ora, rinunciando alle garanzie conquistate, significherebbe arrivare in ritardo e senza strumenti propri in una competizione già avanzata.
Semplificare il digitale è un obiettivo necessario. Ma alleggerire le tutele non lo è. L’Europa dovrebbe puntare sulla revisione intelligente delle regole — eliminando ridondanze e semplificando procedure — senza compromettere il perimetro di diritti e responsabilità che la distingue.
Solo così il continente potrà essere competitivo e, soprattutto, sovrano nel lungo periodo.
Avvocata, vicepresidente di Corecom Lombardia












