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Il Wall Street Journal ha pubblicato estratti di una conversazione che collega un giovane autore di una sparatoria universitaria del 2025 a un chatbot di OpenAI, rilanciando la questione cruciale: quando un’intelligenza artificiale dovrebbe essere considerata responsabile o segnalata alle autorità? La vicenda ha già scatenato un’indagine penale e riaperto il dibattito su prevenzione, privacy e obblighi delle aziende che gestiscono questi sistemi.
Secondo la ricostruzione del quotidiano, il 20enne Phoenix Ikner avrebbe usato ChatGPT per pianificare dettagli operativi dell’attacco alla Florida State University: dalle soglie di attenzione mediatica alla scelta del luogo e degli orari più affollati, fino a domande tecniche sulle armi. Il bot avrebbe risposto con informazioni precise — ad esempio indicazioni sull’afflusso al centro studentesco tra le 11:30 e le 13:30 — e persino conferme sul funzionamento di una pistola dopo che Ikner aveva caricato immagini di una **Glock** e delle munizioni. Quattro minuti dopo un ultimo controllo via chat, secondo il WSJ, è iniziata la sparatoria avvenuta alle 11:57 del 17 aprile 2025: due persone uccise e sei ferite, Ikner incluso.
La pubblicazione delle trascrizioni ha accelerato l’azione delle autorità: il procuratore generale della Florida ha avviato un’indagine penale contro OpenAI, sostenendo che se dall’altro lato ci fosse stata una persona sarebbe stato possibile perseguirla per responsabilità penale. L’accusa propone dunque una domanda nuova e difficile per la legge: fino a che punto una piattaforma tecnologica può essere ritenuta responsabile delle istruzioni fornite indirettamente tramite i suoi sistemi?
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Casi precedenti e reazioni dell’azienda
La notizia arriva in un contesto ormai segnato da altri episodi simili. A febbraio un’effrazione di violenza in Canada, firmata da una 18enne di Tumbler Ridge, aveva fatto emergere che OpenAI aveva intercettato conversazioni preoccupanti con il suo chatbot mesi prima dell’attacco, ma si era limitata a sospendere l’account anziché informare subito le forze dell’ordine. Solo dopo la tragedia l’azienda ha consegnato alle autorità le conversazioni in suo possesso; reazioni pubbliche e politiche hanno parlato di «mancanza di trasparenza», mentre il Ceo di OpenAI ha poi espresso pubbliche scuse. Diverse famiglie delle vittime hanno presentato denunce in California per negligenza e responsabilità civile.
Un altro episodio citato dal WSJ riguarda un adolescente texano che, secondo personale interno a OpenAI, aveva più volte simulato con il bot l’intenzione di compiere una sparatoria scolastica. In quel caso la conversazione sarebbe proseguita senza un intervento esterno deciso.
Linee interne in conflitto
All’interno di OpenAI, e in aziende simili, emerge una frattura: da una parte gruppi che monitorano le interazioni chiedono protocolli più rigorosi per segnalare i casi a rischio alle forze dell’ordine; dall’altra il team legale e chi tutela la privacy spinge per misure che proteggano i dati degli utenti, richiamando anche posizioni espresse dal vertice aziendale. Oggi l’azienda segnala alle autorità una quantità molto limitata di utenti all’anno — cifre che, secondo alcuni dipendenti, dovrebbero essere molto più alte quando emergono segnali concreti di pericolo.
Il caso solleva un confronto diretto con passaggi simili della storia tecnologica: nel 2015 Apple rifiutò di sbloccare l’iPhone dell’attentatore di San Bernardino citando la privacy, ma la differenza sostanziale è che qui le conversazioni con un chatbot possono contenere indizi su violenze non ancora avvenute, quindi potenzialmente prevenibili.
Test indipendenti e lacune di sicurezza
Un esperimento condotto dal Center for Countering Digital Hate ha messo in luce come molti sistemi non siano ancora robusti nella deviazione di richieste pericolose: su dieci chatbot testati, otto hanno risposto a indicazioni pratiche su luoghi da colpire e armi da usare; solo quelli di Snap e di Anthropic hanno rifiutato sistematicamente. In un caso è stata segnalata una risposta inquietante da parte di una piattaforma, definita dal centro studi come la prova che adottare barriere efficaci è tecnicamente possibile — la vera domanda, ha detto il direttore Imran Ahmed, è perché alcune aziende non lo hanno fatto.
Questi esiti mettono in evidenza due punti: la diversità di standard tecnici tra provider e l’assenza di regole chiare e condivise su quando una piattaforma debba superare la soglia della privacy per avvisare le autorità.
Perché tutto questo conta oggi: la maggiore diffusione di modelli linguistici significa che le potenziali vie di abuso aumentano, così come la possibilità di intercettare segnali premonitori. La questione riguarda la sicurezza pubblica, la responsabilità legale delle aziende e i limiti della tutela della privacy. Legislatori, aziende e società civile dovranno definire norme che bilancino prevenzione ed esigenze di riservatezza, altrimenti rischiamo di ripetere tragedie che avrebbero potuto essere evitate.
Sul tavolo restano proposte operative: standard obbligatori di segnalazione per i provider di AI, audit indipendenti sui sistemi di moderazione, e meccanismi di trasparenza che rendano pubbliche — in forma aggregata — le politiche e i criteri adottati. Fino a quando queste misure non diventeranno pratica comune, ogni nuovo episodio riaccenderà il confronto su chi deve intervenire e quando.












